Lavori (stra)ordinari: Intervista a Lala Hu

Parliamo di lavoro. So che tra di voi, molti e molte hanno già intrapreso una carriera in un ambito preciso. Ma forse c’è anche chi sta pensando di cambiare, di ampliare il suo curriculum. Magari, tra chi legge, compare anche chi non ha ancora finito gli studi e non ha ancora un’idea chiara su cosa fare “da grande”.

Qualunque sia la vostra situazione, credo questo articolo vi piacerà e, spero, vi aiuterà. Una cosa che so per certo è che, 5 anni fa, avrei pagato per essere ispirata dal percorso professionale di qualcuno simile a me. Per conoscere la storia di una giovane donna con origini straniere che ha trovato la sua strada in Italia, nel settore per il quale ha studiato.

Se anche voi siete cresciute e cresciuti questo desiderio, vi presentiamo Lala Hu: professoressa, ricercatrice e autrice del libro “Semi di tè”.

Di che cosa ti occupi? 

Sono docente e ricercatrice alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano. Insegno corsi di marketing a livello triennale, magistrale e in master post lauream, mentre l’attività di ricerca si concentra sull’internazionalizzazione delle aziende, sul mercato cinese e sul settore digitale. Al di fuori dell’ambito accademico, collaboro con la testata WIRED e sono autrice di alcune pubblicazioni. Ho scritto un libro, Semi di tè (People, 2020), che racconta le esperienze dei sinoitaliani nell’affrontare la prima fase dell’emergenza da Covid-19, un contributo nel volume collettaneo La Venezia che vorrei (Helvetia Editrice, 2018) e un saggio in un nuovo libro che uscirà nei prossimi mesi. 

 
Che cosa ti ha portato a fare ciò che fai? Come hai iniziato? 

Ho conseguito la laurea magistrale in Comunicazione d’Impresa all’Università Cattolica, ma mai avrei immaginato di tornare alla mia alma mater, anni dopo, come docente. Dopo la laurea, ho lavorato per alcuni anni presso l’agenzia di comunicazione Leo Burnett prima di vincere un assegno di ricerca all’Università Ca’ Foscari Venezia per un progetto legato alle strategie d’internazionalizzazione delle aziende italiane nel mercato cinese. Mi sono così appassionata all’ambito della ricerca, in un lavoro dove potevo anche esprimere maggiormente le mie competenze interculturali, essendo una persona a cavallo fra due culture. È in questo modo che ho cominciato, un po’ casualmente, la carriera accademica.  

 
Quali studi e/o percorsi ti hanno aiutato nel lavoro che svolgi? 

Dopo quel primo assegno di ricerca, ho conseguito il dottorato in Management a Ca’ Foscari. Il dottorato, PhD in lingua inglese, rappresenta il più alto titolo d’istruzione ed è necessario per poter intraprendere il ruolo di ricercatore e professore universitario a tutti gli effetti. Nel mio percorso, sono stati poi importanti i periodi di studio e ricerca che ho condotto negli Stati Uniti e in Cina, che mi hanno permesso di entrare a contatto con sistemi universitari differenti e confrontarmi con ambienti maggiormente multiculturali. Ripensando al mio percorso professionale, anche l’esperienza di lavoro in Leo Burnett mi ha permesso di maturare una prospettiva attenta ai cambiamenti organizzativi e di comunicazione a livello internazionale, rilevante in una materia in costante trasformazione come il marketing. Per quanto riguarda invece la scrittura, fondamentale leggere, leggere, e mantenersi curiosi. 

 
Quali difficoltà hai incontrato o incontri tutt’ora? 

A volte, il mio nome o le mie origini possono sembrare inusuali in una società dove si tende a identificare la persona straniera con professioni o ruoli marginali, secondo stereotipi che ancora dominano la narrazione attorno alle minoranze. Nonostante ciò, ho sempre mantenuto una forte determinazione a dimostrare le mie capacità. Anche nel settore in cui lavoro, quello universitario, dove spesso si parla di “baroni” e “concorsi truccati”, non è vero che non esiste la meritocrazia. Infatti, in tutti i concorsi universitari a cui ho partecipato, ho ‘semplicemente’ presentato la mia candidatura, frutto però di impegno e costanza, anche quando a volte l’ambiente circostante non ha fornito un effettivo supporto. Tuttavia, per i giovani italiani, l’ambito accademico e della ricerca non è esime dal precariato. Anzi. Basti pensare che l’Italia investe in ricerca e sviluppo l’1,4% del Pil contro una media europea del 2% e una media OCSE del 2,4%. Per questo motivo, molti ricercatori italiani, vincitori anche di prestigiosi finanziamenti, vanno all’estero, dove c’è una maggiore valorizzazione della ricerca e migliori opportunità di crescita professionale, indispensabili per costruire una progettualità di vita. 

 
Che consiglio daresti ai lettori e a chi vorrebbe seguire il tuo percorso? 

Di credere in sé stessi sino in fondo. Può sembrare una frase fatta, ma non lo è. Anche se si presentano difficoltà e ostacoli, è necessario non dimenticare i propri obiettivi, impegnarsi al massimo delle proprie potenzialità e non tirarsi indietro, anche quando gli altri diranno il contrario, anche quando gli altri non crederanno in voi. Non rinunciate a opportunità a priori, ma cercate di costruire un percorso di crescita, individuando le strade che possano permettere di raggiungere i traguardi che vi siete prefissati. Nel caso specifico della carriera accademica, mi riferisco dunque ai bandi per borse di studio e ricerca e ai finanziamenti a livello nazionale e internazionale. E al di là della carriera accademica, in ogni ambito professionale è fondamentale formarsi e specializzarsi perché l’educazione costituisce un elemento chiave nell’abbattere le disuguaglianze.   

Grazie a Lala Hu per averci reso partecipe dei passi che l’hanno portata dove è adesso. E voi, quali altre domande vorreste porre a Lala sul suo lavoro? Potete mandarcele su Instagram a @secondgenerations_ o scriverle qui nei commenti!

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