Giapponese ma Peruviano – la cucina Nikkei ci insegna un po’ di noi stessi

Ci fu un periodo in cui show televisivi dedicati alla cucina spuntavano sui nostri schermi come funghi ed i protagonisti indiscussi erano chef pluripremiati intenti ad insegnarci come cucinare e a dirci cosa mangiare, tutti molto abili a farci domandare come effettivamente avessimo fatto a sopravvivere prima del loro arrivo. Alle competizioni di cucina, dove giudici severi insultavano ed umiliavano i concorrenti, io preferivo i documentari che mettevano in risalto cultura e cibo.

Quando la docuserie Chef’s Table approdò su Netflix, non c’ero più per nessuno; ogni puntata era dedicata ad uno chef che parlava della sua vita e spiegava la filosofia dietro cui si basava ogni suo piatto, se poi consideriamo gli elementi che caratterizzavano la serie — cinematografia, musica sinfonica e slow motion nei momenti giusti — ogni episodio aveva la mia piena e venerata attenzione. Guardai con un’interesse quasi ossessivo tutte le puntate, comprese quelle di tutte le altre docuserie con un format simile, ma ogni episodio mi lasciava un piccolo vuoto che non riuscivo a spiegare a parole, perché volevo approfondire qualcosa che non riuscivo a contestualizzare. Mi attirava il fatto che queste persone, con la loro storia e la loro filosofia, esistessero in questo piccolo mondo che si poteva scorgere attraverso la televisione, un mondo che però apparteneva ad un universo più grande e di cui nessuno parlava. Io volevo entrarci. Non avevo idea di cosa significasse e a volte le nostre sensazioni farebbero meglio a stare nei nostri pensieri, ma mi domando – come si fa a trovare un universo astratto quando l’unico compasso che hai è un’emozione?

Chef riempie un piatto
Ristorante “Al Toke Pez” dello chef Tomás “Toshi” Matsufuji
Cibo peruviano-giabbonese
Nikkei Food

Di tutte le puntate che vidi, lo chef Tomás “Toshi” Matsufuji fu la persona che mi rimase impresso. Contemplavo l’idea di scrivere di questo uomo nato a Lima, giapponese di terza generazione in Perù, facendo un parallelismo con le seconde generazioni italiane, ma cosa potevo scrivere più di quello che non si è già scritto? Parlare della sua esperienza, la sua visione del mondo e la sua identità? Di sicuro non vi sorprenderà il fatto che, alla domanda di un intervistatore che gli chiese se si sentiva più giapponese o peruviano, lui rispose che si considerava peruviano con i tratti somatici giapponesi. Semplice, no? Chef Matsufuji è considerato un Nikkei, il termine giapponese per descrivere un emigrato giapponese, oppure un discendente, che non è un cittadino del Giappone.

Da un po’ di tempo ho preso le distanze dalle solite analisi che si fanno nei confronti delle persone di seconda generazione — Come vi vedete? Come vedete il vostro Paese? Che discriminazioni avete subito? Come vedete il futuro? — perché chi non riesce a vedere oltre l’apparenza vedrà solo l’apparenza, quindi come approfondire questa tematica in maniera diversa? Decido di focalizzarmi sul cibo.

Ispirato dall’efficacia e la semplicità del fish and chips durante un suo viaggio in Inghilterra, Matsufuji decide di ricreare lo stesso concetto in Perù con il ceviche, un piatto tipico peruviano che si presta bene ad essere mangiato in piedi come il fast food, a base di pesce, sale, cipolla, peperoncino e lime. Apre Al Toke Pez, una cevichería piccola e senza fronzoli che ha attirato l’attenzione dei critici culinari internazionali, così come quella delle persone del posto, per la qualità degli ingredienti e la meticolosità della preparazione. Questo ceviche, come quello di molti altri peruviani di discendenza giapponese, viene chiamato Nikkei ceviche. Nel 1899, con l’inizio dell’emigrazione giapponese diretto verso il Perù grazie ad accordi diplomatici fra i due Paesi, i primi contadini e pescatori giapponesi si stabilirono in America Latina. Il Perù veniva dipinto come un paradiso dal governo Meiji, ma questo era lontano dalla realtà. Il Perù, che aveva recentemente ottenuto l’indipendenza, stava facendo una transizione da un’economia che dipendeva dalla schiavitù, ad un sistema di lavoro agricolo molto faticoso; diede agli immigrati giapponesi i lavori più pesanti e li spinse nei ghetti. Nel cercare di ricreare le ricette della loro terra natia e in mancanza degli ingredienti, queste famiglie usarono sapori peruviani quali il mais, cassava, patate e lime. I sapori piccanti e freschi del Perù si unirono perfettamente ai sapori delicati della cucina giapponese.

Peperoncino con la salsa di soia è una combinazione perfetta tanto quanto il pomodoro con l’olio d’oliva, ma non chiamatelo fusion, perché sebbene sia un termine usato per descrivere l’unione tra sapori e la combinazione di tecniche diverse, la cucina fusion nasce dall’inventiva di uno chef, mentre la cucina Nikkei nasce da un’esigenza, oltre a essere fondata su una storia culinaria centenaria. Nata dalla necessità di preservare la propria cultura in terra straniera, ma senza rinnegare la nuova cultura a cui è stata esposta, la cucina giapponese-peruviana è una nuova categoria che si aggiunge alla cucina moderna peruviana che è considerata la bandiera dell’identità peruviana moderna.

Il cibo è quindi una buona analogia per parlare di culture che si estendono oltre i confini, che si uniscono, che si trasformano. Se riusciamo a capire cosa significhi l’estensione di una cultura e la sua susseguente trasformazione, forse il termine “seconda generazione” non servirà più, perché non ci si soffermerà più all’apparenza e finalmente si riuscirà a vedere oltre. Scrivere dello chef Matsufuji mi ha permesso di trovare quell’universo che cercavo da tempo, la storia delle culture che ci hanno creato. La sensazione che cercavo era quello di appartenenza, anche se non era la mia.

Che posto occupa il cibo della vostra cultura d’origine nelle vostre vite? Come si unisce o si distacca da quello tipico italiano?

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