A volte, non sempre, non bastano racconti di esperienze ed emozioni. Servono i numeri. Per tante cose. Vi è mai capitato di dover replicare a chi dice “ormai le donne hanno più potere degli uomini”? Non basta raccontare esperienze personali: servono i numeri per dimostrare che di lavoro ce n’è da fare ancora tanto. Sul tema gender gap ci sono studi di ogni tipo, siamo pieni di numeri da studiare per difenderci dall’eterno anti-femminista: basta informarsi, cercare, leggere, divulgare. Il consiglio è quello di trascrivere i dati più impressionanti ogni volta che ne vieni a conoscenza, così da creare un kit personale per essere sempre pronti a smontare le teorie di interlocutori poco preparati.
Dunque i numeri sono importanti per spiegare un “fenomeno”. Ma come far capire al tuo interlocutore un “fenomeno” che non è pienamente descrivibile coi dati, non perché il “fenomeno” non si presta a essere studiato coi numeri, ma perché mancano effettivamente database e ricerche? Bastano le nostre storie personali? Il racconto delle nostre emozioni? La condivisione delle nostre esperienze?
Sto parlando di seconde generazioni. Se lo vogliamo chiamare “fenomeno”, per capirci, allora dobbiamo studiarlo anche in forma di numeri: dati da affiancare alle nostre storie, emozioni ed esperienze. Solo così possiamo dimostrare quanto il “fenomeno” sia ben presente in Italia, quanto c’è bisogno di parlarne, quanto siamo importanti per la società in cui siamo nati, cresciuti e che viviamo ogni giorno.
Sulle seconde generazioni mancano i numeri. Esistono diversi dati sui minori di seconda generazione, questo sì. Esistono anche i dati sui bambini che nascono ogni anno da genitori stranieri in Italia, questo anche. Ma quanti italiani nati da genitori stranieri siamo in Italia oggi? Non lo sappiamo. Non sappiamo quanti siamo. Possibile? Non sono una ricercatrice: mi baso su quel che è disponibile in rete. Ho cercato con tutte le parole chiave possibili. C’è poco.
Allora vediamo di raccogliere i dati esistenti, per poi chiederci se ha senso studiare il “fenomeno” anche da altri punti di vista. Magari invogliamo una studentessa o uno studente, una ricercatrice o un ricercatore, un centro studi o un ateneo… O magari scopriamo che i numeri esistono e non li abbiamo trovati. Se fosse così, condividete, condividete, condividete.
La definizione di seconde generazioni (anzi, più definizioni)
Partiamo dalla defiizione di “seconde generazioni”, per capirci. Si tratta di persone che nascono (in questo caso) in Italia, da genitori (in questo caso) non italiani, ma anche di persone che si spostano da piccoli (in questo caso) in Italia dal paese di origine.
Ci siamo dentro tutti: minori e non, con cittadinanza o senza cittadinanza, con famiglia o senza, studenti e lavoratori…
- Da Wikipedia: “Con seconda generazione, per lo più in forma plurale (seconde generazioni), si è soliti intendere nell’ambito delle scienze e delle politiche sociali la generazione costituita dai figli di immigrati”.
- Da Rete G2, organizzazione nazionale apartitica fondata da figli di immigrati e rifugiati nati o arrivati in Italia da piccoli: “Chi fa parte della Rete G2 si autodefinisce come “figlio di immigrato” e non come “immigrato”: i nati in Italia non hanno compiuto alcuna migrazione, e chi è nato all’estero ma cresciuto in Italia non è emigrato volontariamente, ma è stato portato in Italia da genitori o altri parenti. “G2” quindi non sta per “seconde generazioni di immigrati” ma per “seconde generazioni dell’immigrazione”, intendendo l’immigrazione come un processo”.
- Da Istat: “La seconda generazione in senso stretto è quella costituita dai figli di cittadini stranieri nati nel Paese di immigrazione. In molti casi si parla di seconda generazione in senso lato, intendendo anche gli stranieri che sono immigrati prima dei 18 anni. Si deve tenere conto che molti di questi ragazzi acquisiscono la cittadinanza italiana ed escono dal collettivo degli stranieri, pur continuando a far parte di quello delle seconde generazioni. I nuovi italiani di seconda generazione non solo sono in aumento, ma rappresentano un contingente con caratteristiche sempre più complesse e articolate, e proprio per questo, di difficile misurazione in quanto i sistemi di registrazione delle informazioni di fonte amministrativa non sempre consentono di avere informazioni precise rispetto ai diversi aggregati”.
Vedete che già ci sono dei problemi di definzione, per partire col piede giusto. Poco importa se una persona sia nata in Italia o se sia arrivata in Italia da piccolo/a. Sta di fatto che cresci in un paese che non è quello di origine dei tuoi genitori.
E poi, sulla mancanza di dati: è l’Istat stessa ad ammettere che siamo “di difficile misurazione”.
Istat parla anche di cittadinanza: nel momento in cui diventi cittadino – alla nascita o ai 18 anni – non sei più straniero (in teoria), ma rimani di “seconda generazione”. In questo senso dico che ci stiamo dentro tutti: di ogni età, nella definizione di seconda generazione (lo sei e rimani tale a vita).
La cittadinanza: ancora non abbiamo una legge inclusiva
Sul tema cittadinanza è giusto soffermarsi un attimo prima di passare ai numeri, dato che una legge al passo coi tempi ancora non c’è e siamo qui a chiederla a gran voce. Capiamo che ora ci sono da gestire pandemie e vaccini e crisi di governo e ancora altro, ma questo tema è da troppi decenni rimandato e rimpallato di governo in governo.
La disciplina in materia di cittadinanza fa oggi capo alla legge 91/1992. Una legge di ben 29 anni fa (!), avevo 6 anni e molti di voi non erano nati. Ai sensi di questa legge, acquistano di diritto alla nascita la cittadinanza italiana coloro i cui genitori (anche soltanto il padre o la madre) siano cittadini italiani: si tratta della modalità di acquisizione della cittadinanza tramite ius sanguinis. Lo straniero che sia nato in Italia può diventare cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e dichiari, entro un anno dal compimento dei 18 anni, di voler acquistare la cittadinanza italiana. Ecco qui il riferimento legislativo, direttamente dalla Gazzetta Ufficiale.
A ora l’acquisizione di cittadinanza tramite ius soli, quindi nel caso in cui nasci su territorio italiano, vale solo nei limitati casi in cui: i cui genitori sono ignoti o apolidi (cioè privi di qualsiasi cittadinanza); non possono acquistare la cittadinanza dei genitori in quanto la legge dello Stato di origine esclude che il figlio nato all’estero possa acquisire la loro cittadinanza; i figli di ignoti che vengono trovati (a seguito di abbandono) nel territorio italiano e per i quali non può essere dimostrato il possesso di un’altra cittadinanza.
Per tutti gli altri nati in Italia, da genitori con cittadinanza diversa da quella italiana, la persona potrà diventare cittadino italiano solo al 18° anno di età, se lo richiede entro l’anno. E lo deve pure richiedere. Ha un anno di tempo e lo deve richiedere. Folle.

Cioè io nasco in Italia, faccio le scuole qui, gioco e mi diverto con cittadini italiani, studio Dante e le Alpi, il Risorgimento e la Resistenza, trascorro la mia adolescenza – che è già complessa di suo – in un vortice di crisi d’identità che pesa (perché è quello il momento in cui ti rendi conto di essere parte di una comunità che non ti riconosce e di avere una parte di te che è di una comunità troppo lontana e che conosci poco o non hai mai conosciuto…). Poi a 18 anni ti devi ricordare di chiedere la cittadinanza – e sii puntuale però, che il treno passa quell’anno, poi stop. Ecco a che punto siamo.
Nel mio caso, mia madre svedese prese la cittadinanza italiana prima della mia nascita (e mio padre bulgaro era al momento della mia nascita apolide, senza cittadinanza). Pertanto presi la cittadinanza svedese da mia madre, e, insieme a quella, la sua nuova cittadinanza italiana; nessuna cittadinanza da mio padre. Se mamma non avesse avuto la cittadinanza italiana, sarei diventata italiana a 18 anni, su richiesta.
Altra riflessione che faccio sul mio caso, perché anche le storie personali possono servire: io sono di “seconda generazione” rispetto a mia madre, che è arrivata in Italia in autonomia da ragazza; ma di “terza generazione”, se vogliamo essere precisi, rispetto a mio padre (il quale arrivò in Italia coi genitori all’età di 10 anni per fuggire da un regime).
M’immagino per un attimo senza cittadinanza italiana fino al 18°. Sarebbe cambiata di molto la mia adolescenza? Di certo, sì! Già ero introversa e in crisi per i brufoli e in crisi per l’apparecchio e in crisi per il ciclo e in crisi per il primo amore e in crisi per il fisico che desideravo troppo magro e in crisi perché divento rossa e in crisi perché non capivo bene se avere genitori di origine non italiana fosse un bene o perché mentre tutti si cresimavano io restavo a guardare e mentre tutti pregavano io fissavo il soffitto o perché all’ora di religione ero l’unica a uscire prima da scuola o perché non capivo tutto questo interesse sul mio cognome e gli scherzi sul nome e sulla Bulgaria… Se avessi saputo di non avere la cittadinanza… beh, sarebbe stata una crisi ulteriore. E invece di festeggiare il mio 18° compleanno con spensieratezza, l’avrei trascorso in coda con altri richiedenti, perché conoscendomi sarei andata il giorno 1 per non perdere tempo. Sarebbe stato il mio chiodo fisso. La cittadinanza.
Spero sia chiara l’urgenza di lavorare su una legge nuova, che sia lo ius soli o che sia lo ius culturae, o qualcosa di ancora diverso e magari più attuale. Nel 2022, l’attuale legge sulla cittadinanza compie 30 anni, speriamo sia motivo di cambiamento, che evolva insieme all’evoluzione naturale delle cose.
E per i nati nel paese di origine dei genitori, ma immigrati in Italia da bambini? Altro buco che boh, non mi è chiaro.
Rete G2 fa un lavoro prezioso: “La Rete G2 è un network di “cittadini del mondo” che lavorano insieme su due punti fondamentali: i diritti negati alle seconde generazioni senza cittadinanza italiana e l’identità come incontro di più culture… Gli obiettivi della Rete G2: riforma della legge per la concessione della cittadinanza italiana perché sia più aperta nei confronti delle seconde generazioni. L’accesso alla cittadinanza è l’unica via che consente ai figli di immigrati di essere considerati realmente dei pari, degli eguali, nei diritti e nei doveri, rispetto ai loro coetanei, figli di italiani. La trasformazione culturale della società italiana perché sia più consapevole e si riconosca in tutti i suoi figli, indipendentemente dalle loro origini”.
È esattamente questo il punto. E come dice Rete G2, la legge vigente “continua a fabbricare “stranieri” là dove nascono invece italiani”. Invito a leggere questo il dossier di Rete G2 “Italiani 2.0 / G2 chiama Italia: Cittadinanza rispondi!” presentato alle istituzioni italiane nel 2014, che è già lontanissimo, ma il documento è attualissimo, perché siamo fermi a quel punto.
I minori di seconda generazione: e fin qui i numeri ci sono
Dei numeri esistono. E sono quelli relativi ai minori. I minori italiani nati da genitori stranieri sono oggi il 13% della popolazione, vale a dire 1 milione e 316 mila persone secondo l’Istat, rapporto 2020. Il dati si fermano però a fine 2017.
Il rapporto annuale di Istat si chiama “Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia”, che è un titolo che a me fa venire i brividi, non so a voi. Dovremmo contattare l’Istat e proporre un titolo nuovo, cosa dite?
Di questi 1 milione e 316 mila minori di seconda generazione, il 75 % è nato in Italia (991 mila, “seconda generazione in senso stretto”, dice Istat).
E poi la differenza tra nati in Italia e nati all’estero: “Dal 2000 al 2017 il flusso che ha alimentato la seconda generazione in senso stretto è costituito da quasi un milione e 100 mila bambini stranieri nati in
Italia. Considerando invece la seconda generazione in senso lato [nati all’estero e arrivati in Italia da bambini], dal 2011 a oggi sono stati iscritti in anagrafe dall’estero 324 mila stranieri minorenni”.
“Quasi tre quarti dei ragazzi stranieri residenti (74,7%) sono nati in Italia (circa 778 mila). La quota di nati in Italia supera il 90% nella classe di età 0-5 e si riduce al crescere dell’età, per arrivare al 37,5% nella classe 14-17 anni”.
Sulla cittadinanza, Istat rileva che “la propensione ad acquisire la cittadinanza italiana interessa in modo diverso le collettività presenti sul territorio, sia perché diverse sono le normative vigenti nei paesi di origine relativamente alla doppia cittadinanza sia per la diversità dei progetti migratori. Al 1° gennaio 2018 i minorenni italiani per acquisizione sono circa 275 mila, oltre il 20% dei residenti che hanno acquisito la cittadinanza. Le principali cittadinanze precedenti all’acquisizione sono quella marocchina, albanese, indiana, pakistana e romena”.
“Il 78% dei minori che hanno acquisito la cittadinanza è nato nel nostro Paese. L’acquisizione della cittadinanza non comporta necessariamente la permanenza sul territorio italiano; in diversi casi, infatti, dopo esser diventati italiani i giovani si spostano in altri paesi. In particolare dei quasi 283 mila minori che hanno acquisito la cittadinanza tra il 2012 e il 2017, circa il 7% sono emigrati all’estero e quasi l’83 per cento di questi si sono diretti verso altri paesi dell’Unione Europea, soprattutto Regno Unito (41,6%) [diverso sarà con la Brexit], Francia (26,4%) e Germania (10,0%).
I nati in Italia da genitori stranieri: anche qui i numeri ci sono, di anno in anno
Sempre dall’Istat – questa volta dal Rapporto sulla Natalità del 2019, sappiamo che dal 2012 al 2019 diminuiscono i nati con almeno un genitore straniero (quasi 15 mila in meno). Con 92.360 unità, costituiscono il 22% del totale dei nati, oltre 4.200 in meno nel 2019 rispetto al 2018. I nati da genitori entrambi stranieri, invece, scesi per la prima volta sotto i 70 mila nel 2016 (69.379), sono
62.918 nel 2019 (15,0% sul totale dei nati), poco più di 2.500 nati in meno rispetto al 2018.
I figli di genitori misti o stranieri nascono soprattutto al Centro Nord, in Emilia-Romagna, Lombardia, Liguria, Veneto e Toscana.
Ma si tratta di numeri che non rendono l’idea del “fenomeno”.
I numeri che mancano: quanti siamo?
Ecco, qui i numeri si fermano. Non abbiamo i numeri relativi alle seconde generazioni nella nostra totalità (non solo minori e non solo nuovi nati). Dunque mi chiedo se a qualcuno va di provare a colmare questo buco con noi…
Il colore che fa la differenza (e qui i numeri non ci servono)
Notate che laddove si parla di “seconde generazioni”, la tendenza è quella di rappresentarle sempre e comunque come persone nere? Perché così è più facile evidenziare le differenze. È evidente, è diverso, facile. Nessuno sforzo di pensiero. La rappresentazione dell’immigrato, del migrante, della prima generazione, della seconda generazione, della terza generazione, dell’extra-comunitario, dell’apolide… è sempre del “diverso” più diverso che ci sia, perché è il modo che abbiamo di rappresentare la realtà.
Ma in quel “diverso”, c’è così tanta diversità che non è rappresentata affatto. Quanti colori e forme e lingue hanno le seconde generazioni: di ogni tipo.
Di nuovo penso a me e alla mia esperienza di bambina e poi ragazza e poi adulta bianca coi capelli biondi e gli occhi marrone, con l’accento robecchese e poi milanese (e ora anche bergamasco) e con zero sangue italiano (o magari un minimo, perché ne abbiamo da ogni parte del mondo, in quanto il bello dell’uomo è che si sposta e non ha radici). La mia differenza, a prima vista, non la nota mai nessuno. È sempre stato il nome il mio elemendo di “diversità”. E poi arriva la cultura, la religione – o non-reliogione, la tradizione, ecc.
E poi c’è chi invece è “diverso” al primo sguardo, rispetto al più o meno bianco italiano; o ha gli occhi che l’allungano; o chissà che altro. Allora oltre al nome hai già il segno sulla faccia.
Il bello è che sono italiana io come lo è Stefanie, la co-fondatrice di questo blog. Il bello è che la differenza c’è, che è il bello delle differenze.
Le crisi dell’identità (e nemmeno qui ci servono i numeri)
Come scrive Istat: “Si è parlato di identità sospese (Lannutti, 2014), di appartenenze multiple (Valtolina e Marrazzi,2006) di ibridazione dell’identità (Peterse, 2005), solo per citare alcune delle formule coniate nel tempo per cercare di sintetizzare la complessità del processo di costruzione di identità di questi giovani (Bolognesi, 2008)”. Di letteratura ce n’è tanta sulla crisi o sulle crisi dell’identità.
Ma invito a leggere, se non l’avete ancora fatto, l’articolo di Stefanie (ancora lei) qui sul nostro blog, “Non ne parlo mai: La salute mentale e i taboo dei figli di immigrati”. Racconta più di ogni definizione, numero e letteratura.
Ma quanto è bello essere di seconda generazione
Alla fin fine, che differenza fa? La fa, la differenza. La differenza sta nel colore, e se non è il colore è la forma del viso, sono i capelli, sono gli occhi, è il nome. E poi c’è la cultura. Quella tradizione che ti porti dietro, anche se conosci poco la terra di origine dei genitori. E magari ti inventi nuove tradizioni, perché puoi divertirti ad amalgamare culture, contaminare, sommare e sottrarre. Siamo portatori di differenze, punti di vista nuovi, lingue, ma anche ricette, mode, accessori, modi di dire… Tutti i giorni. A scuola. Al lavoro. Con gli amici.
Portiamo le differenze con noi, parliamone, mostriamole, mettiamole in bella vista con disinvoltura e orgoglio. Sono la nostra identità. Siamo noi. Non possiamo e non dobbiamo lasciarle a casa sotto il letto per omologarci e appiattire la realtà. Faremmo del male a noi stessi, e anche a tutte le altre seconde generazioni.
Ci rendiamo conto di quanto valore aggiunto portiamo? Se le aziende dimostrano quanto più efficienti e produttivi siano team composti da persone diverse – ogni diversità – (e qui i numeri ci sono), pensate a quanto portiamo alla società in cui viviamo nel suo insieme… Possiamo farcela da soli, ma se siamo insieme è solo meglio. Ci servono però più role-model, più vicinanza tra noi, più dialogo e confronto. Serve che ci raccontiamo. Parliamo dei nostri successi, delle nostre competenze, delle nostre carriere. Facendolo, aiutiamo noi stessi e gli altri, soprattutto i più giovani di seconda generazione, che vivono come noi quella crisi d’identità che deve essere superata per vedere nella diversità il valore e il bello. Siamo tutti responsabili di questa questa energia positiva che può cambiare la vita di una persona. La differenza fa la differenza, una bella differenza, al di là dei numeri.