Non ne parlo mai: la salute mentale tra i taboo dei figli di immigrati

Ad una settimana dall’ultimo esame prima della laurea, ero davanti a mia madre in lacrime. Dovevo consegnare una mole esagerata di scritti prima dell’orale, e stavo singhiozzando come non mi capitava da tempo. Tre settimane fa, anche se felicemente laureata, non ho chiuso occhio per quattro notti di fila.

Sto bene, non vi preoccupate. Evito di trascinarvi nelle vicende poco avvincenti della mia vita da (ex-)studentessa. Ma questi strani episodi mi hanno fatto riflettere sulla mia salute mentale e su come mai non avessi mai riflettuto sulla mia saluta mentale prima d’ora.

In questo articolo voglio affrontare con voi questo tema importantissimo. Prima da un punto di vista più generale, legato ai tempi che stimo vivendo, poi dalla prospettiva che più ci riguarda, ovvero delle seconde generazioni. Com’è affrontata questa tematica all’interno delle famiglie immigrate? Quali sono i fattori di stress che influenzano il benessere mentale della nostra comunità, rispetto ai nostri coetanei italiani da generazioni?

La nostra mente è a rischio.

Se vi dico che la pandemia ha avuto effetti sull’equilibrio psichico degli italiani, non vi dico nulla di nuovo. La paura del contagio, la routine sconvolta dalle restrizioni, gli avvenimenti mediatici degli ultimi dodici mesi: tutti elementi che hanno turbato il nostro benessere.

Paradossalmente, uno studio ha dimostrato che le fasce d’età meno a rischio sono quelle più provate dalle misure anti-virus. Che paradosso poi: incertezza, precarietà economica, smartworking e DaD, relazioni sociali ridotte a videochiamate… Non fraintendetemi, sono la prima a sostenere che tutti debbano fare il massimo per aiutare a contenere i contagi. Tuttavia, non bisogna sottovalutare ciò che questo periodo sta causando alle menti dei giovani italiani.

Le Università dell’Aquila e di Roma Tor Vergata hanno condotto una ricerca secondo la quale “i 37% degli intervistati ha sintomi da stress post-traumatico, il 20% è ansioso, il 17% presenta sintomi depressivi, il 7% soffre di insonnia e il 21% è stressato.” E’ chiaro che questi disturbi sono sempre esisti, ampliati però dalla crisi dovuta al COVID-19.

Quindi, allargando l’immagine al di là del 2020, quali altri fattori alimentano stress, ansia e depressione? Ognuno può dare risposte diverse: abusi, conflitti relazionali, grandi cambiamenti, disoccupazione, problemi in famiglia. Ma se vi aggiungessimo clash culturale, crisi d’identità e discriminazione?

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Le menti delle seconde generazioni sono ancora più a rischio.

Ragazzo con bigliettini in faccia

Secondo uno articolo di Think Global Health, basato su uno studio sugli immigrati negli Stati Uniti, “i figli degli asiatici americani, degli isolani del Pacifico e dei latinoamericani hanno tassi significativamente più elevati di depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico rispetto ai figli degli immigrati europei.” e che la prevalenza di disagio psicologico “è quasi il doppio (10,1 per cento) che dei loro genitori immigrati di prima generazione (5,9 per cento).

Wow, tanta roba. Premessa: le seconde generazioni, così come le prime, non vanno intese come un gruppo omogeneo, perciò bisogna tener conto delle differenze culturali e individuali di ciascuno. Però, possiamo dire con certezza che ci sono fattori di stress che toccano solo chi è famigliare con l’immigrazione.

Ad esempio, la nota crisi d’identità di chi si sente “a metà” tra più culture. Questa continua ricerca di sé non è appoggiata da un Paese che spesso rifiuta le seconde generazioni come cittadini a tutti gli effetti. Penso alle micro-aggressioni quotidiane e ai veri e propri episodi di violenza, purtroppo frequenti. E ancora, la pressione di “non fare passi falsi”, per non ricadere negli stereotipi associati agli stranieri.

Questi sono fattori ormai noti. Triti e ritriti, forse. Allora parliamo degli standard, a volte irrealistici, che i genitori immigrati impongono ai loro figli. Negli studi, nel lavoro, nelle tempistiche. Della paura di non aver successo in questa terra, che mamma e papà hanno raggiunto con tanti sacrifici. Senso di responsabilità, senso di colpa.

Tutto questo peso, più il periodo di incertezza che stiamo vivendo, più i problemi personali che ognuno su questa terra affronta, è tanto. Davvero tanto.

Perciò mi chiedo: ne siamo consapevoli? Ne parliamo? Se sì, con chi?

I nostri genitori non si prendono cura della loro salute mentale.

La verità è che in famiglia non ne parliamo. “Ma Stefanie, parla per te!” Va bene, non generalizzo. Ma vi posso fornire altri dati e citare altri studi che mi darebbero ragione. In più, conosco almeno quattro famiglie immigrate per cui il benessere psichico è in fondo alla lista delle priorità.

Perché? Per prima cosa, ragioni economiche. Come dicevo, l’immigrato in Italia ha delle priorità legate ai bisogni primari, e spesso trascura la salute fisica e mentale. Seconda cosa, mancanza di informazione per l’accesso ai servizi. Il nostro paese fornisce supporti emotivi e psicologici anche gratuiti, ma non tutti ne sono al corrente, o interessati. Terzo fattore, ma non meno importante, è quello culturale: per alcune comunità di immigrati, la cura mentale è stigmatizzata. È vista come una forma di debolezza ed è spesso motivo di imbrazzo.

L’insieme di questi elementi può scoraggiare una seconda generazione dal cercare l’aiuto di cui ha bisogno. Ma non dev’essere per forza così.

Come trovare e ricevere supporto.

Bigliettino chiama un amico

Online, e su questo sito, si trovano diversi consigli per tutelare la nostra mente.

Mi sono presa la libertà di lasciarvene tre:

1. Riconoscere il problema e accettarlo: non c’è motivo di vergognarsi. Essere consapevoli della propria condizione è già un passo verso la soluzione.

2. Coinvolgere qualcuno di fiducia: parlare con un amico/a o ad un collega; cercare una comunità con cui condividere esperienze simili; rivolgersi ad un esperto o ad un ente per ricevere aiuto professionale. Non dobbiamo affrontare tutto da soli/e!

3. Prendersi una pausa: stacchiamoci un po’. Ascoltiamo la nostra mente e amiamola. Ne abbiamo solo una.

Quali altre soluzioni proporreste? E quali altri fattori possono influenzare negativamente il nostro equilibrio?


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