In un Paese che ignora il passato e non accetta il presente, emigrazione ed immigrazione sono parole che rimbombano fastidiose nelle nostre menti ormai svuotate di contesti storici. In Italia, l’incertezza e l’insofferenza che questo vuoto ha generato si sono estese oltre i confini, perché come i figli cercano le attenzioni della madre, la diaspora cerca il riconoscimento dalla madre patria che, purtroppo, non la guarda, non l’ascolta, e nel caso della letteratura, non la legge. In una conferenza alla facoltà di Italiano alla Casa Italiana Zerilli-Marimò dell’università di New York, professor Anthony Julian Tamburri parlò di come le istituzioni – the “establishment” – non riconoscessero il lavoro degli scrittori italoamericani come parte della letteratura italiana. Tamburri menzionò anche gli studi della professoressa Graziella Parati e sostenne che se cercassimo di capire più a fondo l’esperienza italoamericana, capiremmo meglio l’esperienza afroitaliana.
Capire l’esperienza italoamericana significa riconoscere un passato italiano segnato dall’emigrazione di massa, perché tra il 1880 ed il 1924, milioni di italiani fuggirono dalla miseria in cerca di fortuna nel nuovo mondo, lasciando l’Italia per sempre.
Nel capire la propria identità Italiana in terra straniera, scrittori italoamericani ripercorrono le esperienze dei genitori e dei nonni, ricomponendo pezzi di memorie frammentate, in cerca di risposte. Ne risulta che la letteratura italoamericana viene costruita intorno al tema della famiglia, con storie di conflitti intergenerazionali a causa dell’assimilazione della cultura americana da parte delle nuove generazioni; con la lingua italiana mischiata a quella inglese per l’ostinazione dei parenti più anziani che non vogliono perdere l’unico legame con la terra d’origine, mantenendo i propri accenti e dialetti e rifiutando il resto; con racconti del duro lavoro dei genitori operai che cercavano di creare un futuro migliore per i figli. Esempi di questi racconti si possono trovare nel libro Mount Allegro dello scrittore Jerre Mangione e Christ in Concrete di Pietro di Donato. Poi c’è la necessità di indagare più a fondo e vedere l’Italia con i propri occhi, magari visitare i paesi nativi degli avi da cui è iniziato tutto. Da qui nascono storie che intrecciano il vecchio continente con il nuovo, come in Italian Days di Barbara Grizzuti Harrison. Non mancano infine le storie sulla criminalità organizzata, glorificata nella cultura americana, ma lontana dalle lodi in quella italiana; su questo tema ci scrisse lo scrittore e giornalista Gay Talese con il libro Honor Thy Father, un romanzo-reportage sull’ascesa e la caduta della famiglia Bonanno di New York. Per gli Stati Uniti, la storia italoamericana è fondamentalmente quella di immigrazione e la letteratura italoamericana ha arricchito la cultura letteraria di quel Paese, ma per l’Italia è una storia di emigrazione ed è un argomento che merita di essere approfondito.
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E quindi l’Italia che ignora il passato e non accetta il presente come vede il futuro?
Intravediamo uno spiraglio di questo futuro grazie a delle considerazioni sui flussi migratori, ma non traiamo conclusioni affrettate, perché il concetto di immigrazione che concepiamo in modo così scomodo prende una nuova forma quando è filtrato attraverso le voci della letteratura afroitaliana. Non c’è modo migliore per parlare del futuro se non analizzando il libro Future, la prima raccolta di storie scritte da autrici afroitaliane, a cura di Igiaba Scego. I temi esplorati al suo interno sono fondamentali per capire l’identità afroitaliana e di conseguenza quella italiana in generale.
In una recente discussione virtuale in collaborazione con NYU Florence, la moderatrice Candice Whitney della facoltà di Italiano alla Casa Italiana Zerilli-Marimò dell’università di New York, ha parlato con 4 delle 11 scrittrici riguardo al loro contributo per il libro. Nonostante le riflessioni sul concetto di fuga e di doppia coscienza, argomenti particolarmente vicini alle seconde generazioni, è il concetto di appartenenza che va a collegarsi direttamente alla nostra idea distorta di immigrazione. Come racconta la professoressa e scrittrice Angelica Pesarini, con l’invasione dell’Etiopia nel 1935 e la susseguente dichiarazione dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana, le leggi razziali messe in atto nelle colonie hanno fatto in modo che i primi italiani neri, persone nate da una relazione mista tra gli uomini italiani e le donne africane, facessero fatica a trovare un senso di appartenenza. Ad oggi il corpo nero non è considerato parte della società italiana, ma se la società italiana facesse i conti con il passato coloniale del Paese, potrebbe estirpare l’accezione negativa attribuita al corpo nero in correlazione all’immigrazione.
La poetessa e scrittrice romana Alesa Herero esprime perfettamente l’Italia contemporanea perché non ignora l’Italia del passato; dice di essere figlia dell’invasione, non figlia dell’immigrazione, e che se ora si trova in Italia, é perché l’Italia è andata prima da lei.
Al contrario degli scrittori italoamericani, gli scrittori afroitaliani tendono a fare il viaggio inverso per capire la propria identità, lasciando l’Italia, non per scelta, ma per la necessità di preservare il proprio valore umano. Romanzi come Little Mother di Cristina Ali Farah, Regina di Fiori e di Perle di Gabriella Ghermandi e l’immancabile racconto di Igiaba Scego, La Mia Casa è Dove Sono, sono libri che trattano di questo, mentre una storia di immigrazione in questa Italia contemporanea può essere letta nel romanzo di Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Il passato ed il presente, l’emigrazione e l’immigrazione, sono argomenti trattati nei libri della diaspora. Mentre aspettiamo che la madre patria accolga le voci dei suoi figli, gli italiani possono incominciare a leggere le storie dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
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