Adozione. Una parola dai mille significati, usata per descrivere una condizione, un’assunzione, condivisione di qualche atteggiamento finora mai usati. Significa anche spendere qualche parola su quella possibilità di formare una famiglia con figlio non “naturale”, regalandogli in teoria amore e affetto.
Ho sempre pensato che essere figlia adottata potesse essere uno svantaggio, mi rendevo conto che avevo qualcosa che mancava ma allo stesso tempo c’era altro che acquisivo; tutto molto naturale, quasi per inerzia, perché quando sei adottata ti “adatti all’ambiente circostante”, inventi una terra di origine che forse non apprezzerai mai fino in fondo.
Vi chiederete come mai parlo di adozione su Second Generations. Un po’ per donare quella autorevolezza che manca a noi adottati che siamo prima di tutto figli del mondo, un po’ perché credo che anche noi siamo una generazione successiva alla prima, una generazione costruire su storie e culture, pensieri di chi vorrebbe trovare il suo posto nel mondo.
Avete presente il film “L’alba del pianeta delle scimmie”? Noi figli adottati siamo Cesare, con i suoi vantaggi e svantaggi. Siamo coloro che amano la famiglia e prendono tutto ciò che è possibile avere, siamo quelli che sono costretti a rispondere a centinaia di domande che non hanno risposta; siamo coloro che stanno nel mezzo, essere fatti a metà, oggetti di difficile comprensione da parte di chi è delle nostre origini e chi invece fa parte del loro mondo adottivo.
Pensate che sia un male? Credo che in fondo la nostra sia una condizione privilegiata. “Me, Myself and I” diceva la mia cara Beyoncè: abbiamo la penna per scrivere il nostro destino, abbracciare il mondo senza avere paura di non essere “giusti”. Il perché è semplice: siamo una non forma che si impara a plasmarsi con il tempo grazie a mille fattori, ci costruiamo noi la nostra storia.
Dunque non me e vogliate se anche io mi sento una ragazza di seconda generazione: non per il mio colore della pelle, ma perché so che chi è adottato, può essere chiunque.
