All’inizio del 2019 sono successe due cose.
A maggio, è uscito “Bangla” di Phaim Bhuiyan in tutte le sale italiane. A luglio, lo scrittore Antonio Dikele Distefano ha annunciato che per il 2020 scriverà una serie per Netflix: “Zero”. Per gli appassionati di cinema e televisione, sono due buone notizie, ma per le seconde generazioni si tratta di una vera rivelazione.
“Bangla” nasce dalla mente di Phaim, nato a Roma da genitori bengalesi. Racconta una storia unica, ma in un certo senso uguale a tutte le altre.

Phaim ha 22 anni, vive a Torpignattara, e conduce una vita ordinaria. Le cose cambiano quando incontra Asia, italiana figlia di italiani. Per lui, impacciato e timidissimo con le ragazze, l’espansiva brunetta arriva come un terremoto.
A questo punto, ci si aspetta che la trama prenda una piega alla Montecchi e Capuleti: due famiglie rivali che si oppongono al giovane amore interraziale. In realtà, il conflitto, più che familiare, avviene in interiore homine. L’attrazione tra Phaim e Asia si fa sempre più intensa, al punto che per il ragazzo diventa difficile sottostare a i buoni precetti dell’islam: non avere rapporti sessuali prima del matrimonio.
Con tanta comicità e goffa autoironia, Phaim Bhuiyan racconta le nostre storie. Prima la propria, come regista e sceneggiatore, entra nel suo stesso film, diventa protagonista e narra in prima persona che cosa vuol dire essere una seconda generazione in Italia.

“Abbiamo voluto porre delle domande, raccontare una realtà,” dice ad Effetto Notte.
Una realtà cruda e semplice, come quella di Torpignattara, il melting pot della capitale. Torpigna non è solo un quartiere, è una vera identità. Un posto in cui le seconde generazioni fanno da ponte tra le diverse culture.
“Bangla” insegna che i nuovi italiani devono essere narratori delle proprie storie. Basta permettere, a chi non conosce il nostro vissuto, di parlare per noi! Ci voglio progetti come questo, in cui l’Italia possa vedere, toccare come vivono le seconde generazioni, senza lasciare spazio a pregiudizi e fraintendimenti, che poi crescono, diventano odio, razzismo, ignoranza.
“Bangla” parla come parlerebbe un ragazzo di vent’anni. Con il suo accento romano, Phaim ci porta in mondo in cui il sesso come visto oggi si scontra con la religione, in cui la legge italiana sulla cittadinanza è ingiusta. In mondo un po’ cappuccino, ma cento per cento Torpigna.
Poi c’è “Zero”.

Liberamente basato sul romanzo “Non ho mai avuto la mia età”, “Zero” è pura innovazione. Per il momento non si sanno i dettagli ma, dalle parole di Dikele:
“La cosa più bella è che questa sarà la prima serie nella quale i protagonisti saranno ragazzi neri italiani.”
Nel 2020, per la prima volta in Italia, ci sarà una serie con un cast tutto nero.
È una frase potente. Da ritagliare e attaccare con una calamita sul frigorifero.
Le minoranze si lamentano spesso di come il nostro paese si indietro rispetto al resto dell’Occidente. Nelle altre nazioni esistono attori neri affermati, del calibro di Idris Elba e Omar Sy, per citarne alcuni. In Italia, per ora abbiamo una solo promessa. Ma una promessa bellissima.
Se nel 2018 avevamo raggiunto il record di denunce per razzismo, nel 2019 uno scrittore di origine angolana scriverà per Netflix. Il nostro paese ha ancora tanti traguardi da raggiungere, ma finché le seconde generazioni si daranno da fare, la corsa sarà breve e poco faticosa.